Il Medioevo dei Comuni

“Il Medioevo dei Comuni”. Ultimo appuntamento: la battaglia di Legnano

Nella piana di Borsano, tra Legnano e Busto Arsizio, il 29 maggio 1176, quindicimila fanti e cavalieri lombardi erano schierati in quattro file, formando un muro umano di due chilometri a sbarrare la strada verso Pavia. Di fronte a loro, tremila cavalieri tedeschi convinti della netta superiorità della cavalleria sui fanti e, pertanto, fiduciosi nella vittoria. Gli stendardi e i carrocci lombardi a dare la carica, da una parte; le insegne e l’imperatore Federico Barbarossa a cavallo avevano lo stesso scopo, dall’altra. Erano tutti pronti a combattere quella che viene ricordata come la battaglia di Legnano. Ma prima di addentrarci in quelle sei ore di scontro proviamo a capire come si arrivò a quel giorno.

Alla base di questa famosa battaglia, che vide, appunto, contrapposti l’esercito teutonico di Federico Barbarossa e quello della Lega Lombarda, vi era l’insanabile contrasto tra le due parti. Entrambe avevano una parte di ragione, ma entrambe erano decise a non cedere, a non trattare sui propri diritti. Federico era l’imperatore, la cui corona lo investiva di diritti regi sull’Italia che voleva esercitare, tra i quali la riscossione delle imposte. Soprattutto perché aveva capito quale fonte di denaro potesse essere l’Italia per l’Impero. Infatti, a differenza della Germania la cui economia era basata sulla proprietà terriera e in cui le imposte erano pagate per lo più in natura, qui si viveva di commerci, la circolazione monetaria era molto intensa e le imposte erano pagate in denaro. Almeno in teoria, perché fintanto che l’imperatore stava in Germania non venivano versate. Quel denaro contante, però, sarebbe stato molto utile a Federico (soprattutto per le sue mire espansionistiche nel meridione) che, per averlo, non aveva altra scelta che esercitare il proprio controllo sull’Italia. Non poteva comportarsi come i suoi predecessori che si erano disinteressati della questione italiana; doveva imporre il suo governo. Ma quei diritti di cui il Barbarossa voleva rientrare in possesso, però, erano stati lasciati dai precedenti imperatori, in mano ai Comuni. Al momento del suo arrivo in Italia, la maggior parte dei lombardi non aveva vissuto altro governo che quello consolare, il quale godeva da cinquant’anni di quei diritti (le regalie) che, in teoria, spettavano all’imperatore tedesco. Per quelle persone, l’autonomia comunale era un dato indiscutibile e le regalie erano ormai diritti consolidati. Tuttavia, a favore dell’imperatore giocavano gli squilibri che si erano creati nei rapporti di forza locali, in particolare la preoccupazione di molti comuni lombardi per lo strapotere di Milano, i quali, però, non avevano ancora ben inteso che l’imperatore sarebbe stato, per loro, un problema più grosso di quello rappresentato da Milano.

Iniziarono a capirlo dopo la dieta di Roncaglia del novembre del 1158. In quell’assemblea, Federico specificò apertamente che tutti i poteri pubblici spettavano all’imperatore e che solo lui poteva delegarli attraverso concessioni che erano sempre revocabili. A lui non interessava come quei poteri fossero arrivati nelle mani dei Comuni: per Federico erano concessioni feudali che sarebbero esistite solo se le città italiane gli avessero mostrato rigorosa obbedienza. Se queste si fossero ribellate, sarebbero state spogliate di ogni autorità e avrebbero potuto essere distrutte fisicamente. L’autonomia dei Comuni venne, quindi, ridimensionata in quanto dovevano essere soggetti all’autorità imperiale. Le città lombarde compresero che Federico li avrebbe privati dei diritti di cui godevano da mezzo secolo. Insomma, il Barbarossa pretendeva sottomissione e obbedienza (come sarebbe dovuto ai sudditi nei confronti dell’imperatore), mentre i Comuni si aspettavano un imperatore rispettoso dello stato di fatto delle cose (come lo erano stati i suoi predecessori). Le posizioni erano, evidentemente, inconciliabili.

Il Barbarossa era intenzionato a far valere quanto pronunciato a Roncaglia e lo fece, nel 1162, assediando e distruggendo la ribelle Milano, per poi mettere in atto un progetto di governo che prevedeva una rete di funzionari direttamente dipendenti da lui nei Comuni italiani. Un sistema che fece incassare all’impero considerevoli somme di denaro (addirittura superiori a quelle riscosse del re di Francia), grazie a una politica fiscale estremamente gravosa per gli italiani. A ciò si aggiunsero collegamenti transalpini sottratti al dominio comunale e attribuiti a nobili tedeschi e funzionari tedeschi nei governi consolari che fecero crescere il malcontento dei Comuni tanto da indurli a coalizzarsi creando prima la Lega Veronese e poi la Lega Lombarda. Da Ivrea fino a Spoleto, i Comuni si organizzarono in un organismo alternativo all’Impero, col fine principale di garantirsi reciproca difesa in caso di aggressione da parte dell’imperatore, al quale però si affiancavano anche fini governativi. È importante sottolineare che il progetto della Lega non era sovversivo. Si trattava, infatti, di un piano di emergenza fintanto che l’imperatore minacciava le libertà dei Comuni. Essi, infatti, non erano avversi all’autorità di Federico, bensì si opponevano ai dettami della dieta di Roncaglia: volevano soltanto che l’imperatore lasciasse loro i diritti acquisiti nei precedenti cinquant’anni. L’attività della Lega fu così intensa che arrivò a costruire una città nuova, Alessandria, chiamata così in omaggio a papa Alessandro III che le garantiva incondizionato appoggio, in quanto ostile a Federico, il quale aveva favorito l’altro papa eletto durante lo scisma della Chiesa.

Durante la lunga permanenza in Germania (dal 1168 al 1174), Federico organizzò un nuovo esercito e si preparò a tornare in Italia per la quinta volta, con lo scopo di piegare le città ribelli. Il problema era sempre lo stesso: il Barbarossa voleva far rispettare i decreti di Roncaglia; i Comuni accettavano tutto, tranne i decreti di Roncaglia. Da dove iniziò l’imperatore? Dalla neonata Alessandria, simbolo concreto dell’attività della Lega. Il 27 ottobre 1174 la prese d’assedio, ma la nuova città resistette. La Lega inviò le truppe in suo soccorso, ma gli effetti inclementi dell’inverno sui venticinquemila uomini dell’imperatore furono più efficienti, tanto da costringere Federico, nell’aprile del 1175, a ritirarsi a Montebello, dove trovò l’esercito della Lega schierato. Tuttavia, non ci fu alcuno scontro: non lo voleva nessuna delle parti. Le truppe di Federico erano, infatti, logorate dal lungo assedio di Alessandria, mentre la Lega non voleva sbarazzarsi di lui, ma solo indurlo a riconoscere i diritti dei Comuni. L’imperatore ripiegò a Pavia e si aprirono così le trattative, che vedevano la Lega in posizione di vantaggio. La sua richiesta era ancora la stessa: la totale sconfessione della precedente politica sveva in Italia e il riconoscimento dei loro diritti. Ma Federico non ne aveva alcuna intenzione e le trattative fallirono. Nell’autunno del 1175 la guerra si riaccese e il Barbarossa si preparò a organizzare un nuovo esercito per la successiva primavera.

Il 29 maggio del 1176 fu il giorno dello scontro; i due eserciti si scontrarono nella piana di Borsano. Dopo aver teso un’imboscata all’avanscoperta lombarda, i cavalieri tedeschi attaccarono i nemici ma la difesa della Lega resistette. Allora, i cavalieri smontarono da cavallo e presero a combattere i fanti a piedi, ma i cavalieri lombardi contrattaccarono. Dopo sei ore di combattimento, i tedeschi, in netta inferiorità numerica, persero anche il riferimento morale: Federico, che combatteva al loro fianco, cadde dal cavallo. I cavalieri sbandarono definitivamente e si diedero alla fuga. Alcuni furono fatti prigionieri (trai cui  i più prestigiosi collaboratori dell’imperatore), altri caddero sotto i colpi nemici. Le truppe comunali divennero padrone del campo e catturarono la carovana con i bagagli imperiali.

Da quel momento si aprì un periodo di sette anni di trattative. Nel 1183, a Costanza, si raggiunse la pace con un accordo che riconosceva autonomia legislativa e piena capacità normativa ai Comuni. Essi ottennero i diritti pubblici (le regalie) che furono loro attribuiti quasi totalmente, il diritto di fortificare i centri urbani e di costruire torri e castelli nel contado, la Lega venne riconosciuta come alleanza legale con il compito di tutelare la tranquillità e la concordia degli aderenti, i funzionari imperiali incaricati di dirimere i contrasti non sarebbero più stati tedeschi, ma originari dei luoghi in cui avrebbero svolto il loro compito.

La pace riconosceva anche qualche rivendicazione di Federico. Tuttavia, la vittoria della Lega a Legnano aveva distrutto la possibilità dell’imperatore di reprime eventuali inadempimenti dell’accordo da parte delle città italiane: Federico non aveva più un apparato repressivo in grado di far rispettare la pace alla lettera e ciò significava che i Comuni avevano ottenuto molto più di quanto previsto dall’accordo.

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