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La battaglia di Lepanto

È il 7 ottobre 1571 e, nel Mediterraneo, sta per svolgersi la più grande battaglia navale che le sue acque abbiamo mai ospitato.

Due flotte gigantesche, da duecento galere ciascuna, stanno per scontrarsi; a bordo ci sono cinquanta mila uomini per ogni flotta: da una parte, le navi musulmane dell’Impero ottomano, dominatore dei mari, dall’altra quelle cristiane della neonata Lega Santa, voluta da papa Pio V (al secolo Antonio Ghisleri) e stretta con la Repubblica di Venezia e l’impero spagnolo, governato da Filippo II, che riunisce sotto lo stesso comando anche la repubblica di Genova, i cavalieri di Malta, i ducati di Savoia, Urbino e Lucca e il granducato di Toscana.

È il momento che Pio V aspettava da anni: è la grande occasione per coalizzare le potenze cristiane per sconfiggere i turchi; “È la volta che spezzeremo le corna a quell’indomita bestia”, disse, riferendosi al Sultano. E l’appiglio per realizzare l’impresa venne dalla presa di Famagosta, la città veneziana sull’isola di Cipro assediata dai turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale comandata da Marcantonio Bragadin e Astorre II Baglioni. Cipro è, infatti, l’estrema punta del dominio veneziano e i turchi la rivendicano, anche perché divenuta ormai base per i pirati cristiani che attaccano le navi turche. L’impero ottomano è all’apice del suo splendore e vuole riprendere il dominio dell’isola e si sente legittimato a farlo anche dal favore della popolazione locale che percepisce un’eccessiva ingerenza da parte dei veneziani.

Occorre, quindi, soccorrere materialmente Famagosta. Ma questo è soltanto il pretesto; in gioco c’è il controllo del Mediterraneo. Il dominio ottomano, infatti, è in crescente espansione e minaccia i governi dell’occidente, soprattutto i possedimenti veneziani del Mare Nostrum; inoltre, la pirateria turca lede gli interessi spagnoli. E queste preoccupazioni sono ciò che il papa aspettava per la sua nuova Crociata.

Nel settembre del 1571, la flotta della Lega si raduna, così, a Messina e prende il largo verso il Levante. Qui, vengono raggiunti dalla notizia che Famagosta è caduta in mano ai musulmani, i quali hanno riservato una fine orribile al senatore Bragadin: lo hanno mutilato al viso, mozzandogli naso e orecchie, poi lo hanno rinchiuso per dodici giorni in una minuscola gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo; al quarto giorno, gli hanno proposto la libertà in cambio della conversione all’Islam, ma lui ha rifiutato, quindi lo hanno appeso all’albero della nave e lo hanno massacrato con cento frustate, poi lo hanno costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una cesta piena di sabbia e pietre finché non ha avuto un collasso; allora, lo hanno incatenato a una colonna nella piazza principale e lo hanno scuoiato vivo, partendo dalla testa e poi lo hanno decapitato. La sua pelle è stata poi riempita di paglia, innalzata sulla galea del Pascià e portata a Costantinopoli come trofeo.

Il 6 ottobre le navi cristiane giungono davanti al golfo di Lepanto. Gli ammiragli sanno che la flotta turca è in difficoltà, provata dalla campagna appena conclusa nel Mediterraneo per la conquista dei porti veneziani: il malcontento serpeggia nelle navi, la flotta è logora, sono stremati dal tifo, hanno consumato molte munizioni. La Lega Santa invece è intatta, le galere non hanno ancora sparato un solo colpo. All’alba del 7 ottobre, i turchi eseguono l’ordine di Costantinopoli di affrontare i miscredenti ed escono dal porto. Al mattino, entrambe le flotte si vedono avanzare l’una contro l’altra.

La battaglia ha inizio!

I cristiani portano avanti le sei galeazze veneziane, ossia galere più grandi ma pesantemente armate con quaranta cannoni ciascuna, allo scopo di rompere la formazione nemica. Centrano l’obiettivo mandando a picco alcune galere turche. Quando, a mezzogiorno, le navi si avvicinano e si speronano, inizia la battaglia tra le fanterie: i giannizzeri turchi si scontrano, a bordo delle galere, con la fanteria cristiana più potente e corazzata. Ora, si combatte su galere lunghe quaranta metri e larghe cinque. I soldati cristiani sparano con gli archibugi, mentre i giannizzeri rispondono soprattutto con le frecce. L’obiettivo è riuscire ad abbordare il nemico e combattere sul suo ponte a colpi di spada fino a uccidere o gettare in mare tutti gli avversari. In questo modo, i cristiani hanno la meglio e, progressivamente, conquistano e catturano le galere del nemico.

All’ora di sera, la flotta ottomana è distrutta (ad eccezione della squadra dei pirati algerini, che prende il largo portando con sé qualche galera cristiana), mentre la flotta della Lega Santa ha perso pochissime galere. Delle cinquanta mila persone a bordo delle navi turche, solo qualche migliaio di schiavi cristiani viene salvato, mentre il resto muore nella battaglia.

La Lega Santa ha riportato un’importantissima vittoria sull’Impero ottomano! Tuttavia, la battaglia di Lepanto non riuscì a segnare una svolta importante nel contenimento dell’espansionismo turco. Ebbe, però, un importante valenza psicologica in quanto fu la prima grande vittoria di una flotta cristiana occidentale contro l’Impero ottomano.

Consigli di lettura: se volete leggere un romanzo relativo a questa battaglia, vi consiglio “Leoni da Mar” di Andrea Zanetti, edito da Piazza Editore; se preferite un saggio, è perfetto per voi “Lepanto. la battaglia dei tre imperi” di Alessandro Barbero, edito da Laterza Edizioni.

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