
Per scrivere un romanzo storico è necessario partire dalle fonti per ricostruire il contesto, ossia i fatti che fanno da sfondo alla vicenda. L’autore deve recuperare tutte le informazioni utili e collegarle per ricostruire il quadro completo del periodo, come se fosse un puzzle.
Ma è possibile inventare in un romanzo storico? La risposta è certamente sì, ma la parola d’ordine per l’intervento della fantasia dell’autore è verosimiglianza. I fatti storici più importanti del contesto scelto, però, dovrebbero essere rispettati e non dovrebbero essere snaturati, altrimenti la credibilità del romanzo salterebbe irrimediabilmente, sia che si tratti di un romanzo storico che di uno dei suoi sottogeneri. Ad esempio, se si racconta la battaglia di Lepanto non è possibile sovvertirne l’esito, dichiarando la vittoria degli Ottomani soltanto perché necessario alla trama, a meno che non si tratti di un romanzo ucronico (la fantastoria).
In un romanzo storico, quindi, non sono presenti soltanto eventi realmente accaduti, soprattutto perché la Storia è piena di lacune a cui si supplisce con la fantasia. Più si torna indietro nel tempo, infatti, più scarse sono le informazioni e, quindi, maggiore sarà l’intervento dell’immaginazione dell’autore. Ma ciò deve essere fatto con criterio: può succedere di tutto in un romanzo, purché sia verosimile e contestualizzato. Il contesto, infatti, deve sempre essere rispettato.
Inoltre, la fantasia è molto importante perché, quasi sempre, il dato storico è scarno e freddo. Tutto ciò che ruota intorno al dato storico deve essere ricostruito dall’autore con la fantasia. Vi riporto l’esempio che mi fece Carla Maria Russo nell’intervista di qualche mese fa: “Costanza d’Altavilla, fu costretta ad abbandonare il convento e sposare Enrico VI di Svevia. Questo è il dato. Ma poi questi fatti devono tradursi in scene, dialoghi, comportamenti, passioni, reazioni, sentimenti…Come sarà stato comunicato a Costanza che doveva abbandonare il convento? Chi glielo ha comunicato? E lei, come avrà reagito? Cosa avrà provato?”
Da lettrice, inoltre, posso aggiungere che è sempre utile, al termine del romanzo, inserire una nota storica che spieghi gli eventi, distinguendo ciò che è realmente accaduto da ciò che è stato inventato dall’autore.
Ora, però, lascio la parola ad Andrea Zanetti.
Quanto in profondità è necessario raccontare le vicende storiche che fanno da sfondo alla trama del romanzo?
Questa credo sia una scelta molto individuale e “stilistica”. Io ho voluto raccontare un periodo storico e “politico” utilizzando storie di avventura, la dimensione storica è importante per me. Poi si incontrano i gusti. Chiaramente più è dettagliato e sviluppato il contesto e più il testo assomiglierà ad un saggio. Meno viene descritto l’ambiente, e più si perderà la connotazione storica al romanzo. Trovare un equilibrio è compito dell’autore, ma ognuno ha una sua sensibilità e un proprio gusto personale.
Quanto deve essere fedele alla verità storica l’autore che si accinge a romanzare eventi storici?
Io mi sento di dire molto. Ci sono altri generi letterari che possono raccontare un passato diverso da quello che è stato (estremizzando si può pensare al fantasy storico). Chi legge un romanzo storico accetta una componente di fantasia e alcune libertà poetiche, ma la credibilità di un autore sta nel saper dipingere abbastanza fedelmente un’epoca.
E quanto, invece, può spingersi con la fantasia, senza alterare la Storia?
Nella fiction, sia chiaro, non ci sono limiti o regole precise. Nessuno vieta di scrivere un romanzo in cui la flotta cristiana è stata sconfitta a Lepanto e i turchi hanno conquistato l’Europa per altri quattro secoli, ma a questo punto non lo definirei più un romanzo storico… Vale anche per i personaggi: nessuno vieta di raccontare un Doge arabo, un sultano donna, una popolazione vichinga nel cuore dell’Africa all’epoca della tratta degli schiavi… Ma così si trascende verso la fantascienza.
Restando nell’ambito di ciò che può essere introdotto dalla fantasia dell’autore, è possibile inventare un fatto storico? Facciamo un esempio. Partendo da un assedio via mare storicamente documentato, per fini narrativi, è possibile inventarne uno precedente allo scopo, ad esempio, di aumentare il grado di paura della popolazione assediata?
Rimane sempre il fatto che il romanzo non è un saggio… Se si distorce la storia anche quando non serve, direi che non si fa un buon lavoro. Ci sono altre strategie per aumentare il pathos. Non serve mentire sulla storia reale. Ad esempio: si potrebbe far vedere un personaggio che predica in una piazza le atrocità di un assedio che ha vissuto e da cui è miracolosamente scampato, gettando così nel terrore gli spettatori. La voce si sparge e la storia viene amplificata a dismisura, così da gettare la popolazione intera nel panico. Si crea in questo modo la “scena” e il pathos, ma non si distorce la storia che rimane ad ogni modo un elemento fondamentale nel romanzo storico. È una strategia più elegante secondo me e alla fine paga.
Come si affrontano le lacune storiche relative alle vicende che si raccontano nel romanzo?
Sicuramente la parola “romanzo” ci salva. Nessuno ha la pretesa di scrivere un saggio che sia l’opera omnia di una determinata civiltà o epoca. Il romanziere fa altro. Fa interpolazione, anche. Immagina, pensa, ragiona, crea con la fantasia. Anzi, questo genere mette le radici nei libri di storia, ma è proprio nelle lacune che può espandersi. Si diventa improvvisamente liberi da vincoli, e tutto (o quasi) diventa possibile. Io cerco proprio le lacune per poter trasformare un dubbio, una curiosità in una storia possibile.
Vi aspettiamo il 29 dicembre per l’ultimo appuntamento di questa rubrica. Affronteremo il tema del linguaggio di questo genere letterario.
