
Dopo “La voce delle ombre”, Teodoro Valier torna con una nuova indagine, ne “Il circolo dei congiurati” di Paolo Lanzotti.
Nel 1850, in una Venezia piegata, stretta nelle catene della sudditanza agli austriaci, sofferente, nostalgica, sconfitta, uno sbirro decaduto deve compiere un’indagine in due direzioni. Una privata, per conto di una vecchia e gradita conoscenza, alla ricera della verità che scagioni un uomo accusato di omicidio; e una pubblica, per conto del governo austriaco, alla ricerca di un carico misterioso e potenzialmente pericoloso. Un unico dubbio guiderà Valier: seguire i suoi valori o il suo dovere?
Con una narrazione ricca e scorrevole, Paolo Lanzotti ci accompagna in un’indagine che serpeggia tra le calli, tra mendicanti e tagliagole, nel caigo avvolgente e denso della laguna; lenta e avvincente come una partita a scacchi; inestricabile fino all’epilogo, alla ricerca di una verità inafferrabile come il fumo delle osterie.
Lontani i tempi gloriosi della Serenissima, qui Venezia appare grigia, semideserta e mal abitata, in una miseria dilagante; covo di rivoluzionari che sobillano agli antichi fasti. Una Venezia che Lanzotti ricostruisce in modo così vivido e preciso che pare di sentire l’odore salato della laguna sprigionare dalle pagine.
E Teodoro Valier incarna proprio lo stato della sua città: disordinato, decaduto, nostalgico, sull’orlo della fine, si trascina in una città dal clima ostile, tra veneziani e austriaci, stretto in più di una morsa. Eppure il suo intuito e le sue capacità di consumato poliziotto sono tutt’altro che esauriti. E lo dimostrerà.
“Il circolo dei congiurati” è un romanzo avvincente, ma non frenetico, che ci permette di percepire tutta l’atmosfera di Venezia e di camminare a fianco di Valier per tentare di scoprire la verità insieme a lui.
