
I Comuni. Ne troviamo traccia nei palazzi delle nostre città, sono stati la base della moderna organizzazione dei nostri territori. Ma come sono nati?
L’origine dei Comuni risale ai centri urbani formati intorno all’anno Mille e fondati sulla base degli organi feudali che, progressivamente, furono trasformati per permettere anche a chi non aveva accesso al potere di poterne fare parte. Tuttavia, il sistema feudale non scomparve del tutto, almeno all’inizio, e ne sono prova i patti giurati tra i Comuni e l’autorità feudale, ossia i conti, marchesi, vescovi o l’imperatore, con cui venivano da questi cedute prerogative che prima erano nelle loro mani.
Inizialmente incentrato sulla figura del vescovo che aveva conquistato diritti di giurisdizione nei secoli X e XI, alla fine dell’XI secolo, il Comune riuscì, però, a sostituirsi all’autorità feudale trasformandosi in un’istituzione pubblica che nella prima fase (fase consolare), fu governata dai consoli che restavano in carica sei mesi, avevano il potere esecutivo, ossia il comando delle forze di sicurezza, ed erano eletti dall’Assemblea generale dei cittadini, l’Arengo, la quale si occupava degli affari di maggiore importanza. Erano coadiuvati nel lavoro da un Consiglio minore, il Consiglio di Credenza, composto dai capi delle famiglie più importanti e preposto agli affari ordinari della vita pubblica. In questa fase, però, il gruppo dominante era ancora di origine aristocratica, in quanto costituito dai feudatari minori liberati dai grandi feudatari, e i consoli esercitavano l’ufficio in rappresentanza del vescovo. In secondo momento, fu istituito anche un Consiglio Maggiore con poteri deliberativi, ossia poteva emanare le leggi. Esso nacque per facilitare il lavoro dell’Arengo, il quale, formato da tutti i cittadini che godevano dei diritti urbani, era spesso difficile da convocare. Tuttavia, la formazione di tale consiglio determinò l’ascesa di gruppi che diventarono dirigenti.

Il sistema consolare rimase in vigore fino alla metà del XII, fino alla crisi del Sacro Romano Impero, durante la quale l’imperatore non fu in grado di rivendicare i diritti ed esercitare il potere sui Comuni italiani e che diede loro la spinta verso una maggiore autonomia. Quando Federico Barbarossa scese in Italia, nel 1158, si rese conto che i Comuni si erano impossessati di molti dei diritti di spettanza imperiale. Convocò, pertanto, la dieta di Roncaglia e chiese ai giuristi di limitare questi diritti (tra cui il diritto di battere moneta, di nominare i magistrati, di imporre dazi e imposte), che era disposto a lasciare in godimento ai Comuni, ma a fronte di un pagamento annuo e a patto che riconoscessero nell’impero la fonte di ogni potere. Ma vietò la formazione di leghe tra le città e le dichiarazioni di guerre private. A questa dieta e ai successivi provvedimenti, si opposero molti dei Comuni lombardi e veneti, nonché papa Alessandro III, ma la reazione di Federico fu molto dura: Milano venne assediata e rasa al suolo nel 1162 e il papa fu costretto a scappare in Francia e sostituito con l’antipapa Vittore IV. L’episodio rafforzò la posizione di molti Comuni che crearono una lega veneta e una cremonese, le quali si fusero poi nella grande Lega Lombarda, sancita dal giuramento di Pontida del 1167. La Lega e il Barbarossa si scontrarono nella celebre battaglia di Legnano del 1176, nei quali i primi ebbero la meglio. Ottennero, però, il pieno riconoscimento della loro esistenza e delle loro prerogative in cambio del pagamento di tributi solo nel 1183 con la pace di Costanza.
Quello può essere considerato il momento in cui i Comuni iniziarono a essere pienamente autonomi, soprattutto perché estromisero i vescovi dalla giurisdizione civile e dotarono le città di edifici pubblici ben distinti dalla cattedrale. Inoltre, iniziarono a redigere statuti, ossia leggi scritte create dai cittadini con l’ausilio di notai, giudici e avvocati, resi necessari dal nuovo contesto economico sociale che rendeva non più sufficienti, come norme, le consuetudini cittadine. In questo furono facilitati dalla crisi dell’Impero seguente alla morte del Barbarossa e che durò fino a quando le redini dell’Impero passarono a Federico II, che nel 1220 iniziò a interferire sulle autonomie dei Comuni, attribuendo prebende, terre e poteri a vescovi e signori che erano in contrasto con la politica comunale. Contro tale comportamento, sei anni più tardi, si formò la II Lega Lombarda che lo contrastò con successo. La riscossa dei Comuni si completò nel 1250 alla morte di Federico II.
La crescita delle attività produttive e mercantili prosperavano con l’aiuto di commercianti e banchieri che non erano più disposti a lasciare le cariche pubbliche nelle mani della classe nobiliare e i conflitti tra la borghesia e l’aristocrazia aumentarono, tanto da fa emergere l’esigenza di un governo imparziale. Per questo, nella seconda fase dell’età comunale, il governo consiliare fu sostituito con quello podestarile, in cui i consoli furono sostituiti dal podestà, unificando così i poteri, che venivano accentrati tutti nella sua persona. Il podestà era straniero e un funzionario di professione, formato in un’università e durava in carica un anno, al quale era affidato il compito di amministrare il territorio del Comune, con un ruolo decisivo nella definizione degli statuti e nell’attuazione della politica cittadina.

I venticinque anni di conflitto tra l’Impero da una parte e i Comuni e il papa dall’altra, precedenti alla morte di Federico II, avevano acutizzato la divisione tra guelfi e ghibellini e, a metà del XIII secolo le tensioni politico sociali portarono questa divisione anche all’interno delle stesse città, provocando una crisi dei Comuni verso la fine del secolo, dovuta anche alla nascita delle associazioni di lavoratori, le Arti, e quindi al maggior potere che acquisirono le famiglie borghesi. Tale crisi condusse all’introduzione del capitano del popolo, sempre forestiero e temporaneo, al quale era affidata la responsabilità delle funzioni giudiziarie e di difesa della città e degli interessi del popolo, che vennero così sottratte al podestà. Divenne così il rappresentante del popolo, ossia di tutti i cittadini che non appartenevano all’aristocrazia.

Sul finire del XIII secolo, però, le situazioni comunali si indebolirono, non riuscendo più a dominare le lotte per il potere e la gestione della cosa pubblica. Questi problemi determinarono il predominio di persone specifiche con l’istaurazione di signorie ad appannaggio di singole famiglie che presero a governare nei Comuni con un potere a carattere vitalizio ed ereditario per consanguineità, ma che si basava, almeno di diritto, sulla volontà popolare che aveva concesso la balìa, ossia una magistratura straordinaria. Inizialmente nate come cripto signorie, ossia affiancate alle istituzioni comunali, con il passare del tempo le famiglie salite al potere presero sempre maggior spazio nel governo delle città, finendo poi, tra il XVI e il XV secolo per ottenere titoli di duca o marchese che ne stabilizzava il potere.
Vi aspetto al prossimo appuntamento: parleremo delle città medievali.
