Medioevo

“Guerra, cavalieri e mercenari tra Medioevo e Rinascimento. Ultimo appuntamento: Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo capitano di ventura.

“Chi muore giovane è caro agli dei” dicevano gli antichi. E Giovanni De’ Medici doveva essere loro molto caro, data la sua dipartita a soli ventotto anni. Ma come ha fatto, con una vita così breve, a diventare una leggenda? Proviamo a scoprirlo.

Giovanni nacque con il sangue del guerriero nelle vene. Sua madre, infatti, era Caterina Sforza, la gagliarda figlia di Galeazzo Maria Sforza, signore di Milano. Colei che, con un pugno di soldati al suo servizio, tenne testa alle truppe sanguinarie del temibile Cesare Borgia; una delle donne più forti, intelligenti e temerarie della nostra Storia, tanto da meritare il soprannome di Tigre di Forlì. Il padre di Giovanni, invece, era il bello, affascinante, colto e raffinato Giovanni de’ Medici, del ramo Popolano della dinastia fiorentina, ossia discendente di Lorenzo il Vecchio, fratello di Cosimo il Vecchio e nonno di Lorenzo il Magnifico. Giovanni nacque a Forlì nel 1498. A quell’epoca, Lorenzo il Magnifico era morto da sei anni e, dallo stesso tempo, sul soglio pontificio sedeva papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia.

Finito prestissimo nei giochi di potere, Giovanni, il cui padre morì pochi mesi dopo la sua nascita e che fu mandato dalla madre a Firenze quando aveva poco più di un anno, all’avvento delle truppe del Borgia, e affidato alle cure prima della nonna materna, Lucrezia Landriani, e poi della sorellastra Bianca Maria Riario. All’età di cinque anni, quando sua madre riuscì finalmente a ricongiungersi a lui, finì al centro della causa legale tra Caterina e lo zio paterno di Giovanni che ne reclamava la custodia al fine di ottenerne l’eredità. Venne così nascosto in un convento dalla madre e poi preso in ostaggio dallo zio, finché la prima riuscì a vincere la battaglia legale. Caterina, però, morì sei anni più tardi e, a soli undici anni, Giovanni si trovò, così, orfano di entrambi i genitori. Tuttavia, nei pochi anni insieme, Caterina riuscì a educarlo sia alle lettere che alle armi e a trasmettergli tutti i valori militari che erano propri della sua famiglia d’origine: i valorosi Sforza di Milano. Inoltre, era riuscita ad affidare il figlio a Lucrezia de’ Medici, la primogenita di Lorenzo il Magnifico, e Jacopo Salviati, potente banchiere fiorentino, genitori di Maria Salviati, di un anno più giovane di Giovanni e sua futura moglie, con la quale avrà un solo figlio, Cosimo, colui che diventerà il secondo duca di Firenze.

Erede di una stirpe di guerrieri, Giovanni era un ragazzino irrequieto, rissoso e indisciplinato, tremendamente impulsivo, con un temperamento violento e insofferente all’autorità, probabilmente, conseguente all’infanzia difficile, trascorsa lontano dalla madre, poi tra le fredde mura del convento di San Vincenzo d’Annalena e per mesi in ostaggio dello zio violento. Un carattere difficile che, all’età di tredici anni, gli costò un anno di bando da Firenze per l’omicidio di un coetaneo.

L’unica via per un ragazzo dall’indole guerresca era quella delle armi. Le impugnò a Roma, nel 1513, quando, arrivato al seguito del Salviati (nominato ambasciatore di Firenze a Roma) fu iscritto alle milizie pontificie di papa Leone X, fratello della sua tutrice, e che pose al servizio dei papi Medici, dopo il ritorno al potere di Firenze della famiglia. Questo, però, non gli impedì di dare sfogo al proprio temperamento. E, a soli sedici anni, passò a fil di spada, uccidendolo, Brancaccio, un capitano di ventura di lungo corso al soldo della famiglia Orsini. Un episodio che passò su ogni bocca romana e che arrivò dritta alle orecchie del papa. Il suo tutore decise così di allontanarlo da Roma e mandarlo a Napoli, ma anche qui ne combinò di cotte e di crude, così rispedito a Firenze.

Orgoglioso, coraggioso, spericolato e violento, la sua ambizione era la battaglia, diventare capitano di ventura al comando di una milizia propria, far valere il proprio nome e diventare una leggenda dei campi di guerra. E la prima grande occasione arrivò nel 1516, con la guerra di Urbino, che Leone X intentò contro il duca Francesco Maria I della Rovere per requisire lo stato e darlo a suo nipote. Sotto gli stendardi bianchi e viola del ramo cadetto dei Medici, Giovanni partì al comando di cento cavalli e cinquecento fanti, diventando la punta di lancia dell’esercito pontificio e vincendo la guerra dopo solo ventidue giorni. Era tremendamente abile il giovane Medici ma, soprattutto, riuscì in qualcosa che era del tutto estraneo agli eserciti mercenari, formati da rozzi soldati la cui unica motivazione erano il soldo e il saccheggio. Lui li aveva scelti con cura, i suoi uomini, uno per uno, e li aveva voluti come lui gagliardi, temerari e spavaldi ma, soprattutto, li aveva motivati infondendo orgoglio e spirito di corpo. Inoltre, aveva imposto una ferrea disciplina in quella compagnia, rendendola un unicum nell’universo delle compagnie di ventura anarchiche e disordinate. Impose loro una divisa uguale per tutti, dando vita, così, all’uniforme militare.

Discendente diretto del grande Muzio Attendolo Sforza, si dimostrò un condottiero abile e intrepido, dotato di un carisma eccezionale. Curò personalmente l’addestramento dei soldati con spada e lancia; inflessibile con i traditori, che condannava a morte, era però amato dai suoi uomini perché quasi uno di loro. Con quello spirito molto nuovo per l’epoca, Giovanni mangiava e dormiva con i soldati e li conosceva uno per uno. Dimostrò subito anche il suo grande acume militare. Già in quella prima campagna capì che l’avvento delle armi da fuoco aveva reso i cavalieri, pesanti nelle loro massicce armature sopra possenti cavalli, dei facili bersagli. La cavalleria pesante era troppo lenta, poco efficace. Serviva un cambiamento. E fu così che Giovanni iniziò a usare i piccoli e agili cavalli turchi e a dotare i cavalieri di armature leggere e sottili che coprivano solo il busto, realizzate dai migliori armaioli di Firenze e Milano. Si guadagnò la totale fedeltà dei suoi uomini lasciando loro l’intero bottino di guerra, quasi una rivoluzione per l’epoca, in cui di norma almeno un terzo era riservato al capitano.

Irascibile, orgoglioso e competitivo fino all’estremo, viveva con il tarlo di dover sempre dimostrare il suo valore, sul campo di battaglia e fuori, non lasciando correre nemmeno il più piccolo sgarro. Rissoso, vizioso, lussurioso e irrefrenabile visse sempre tra donne e sangue, anche dopo il matrimonio con la devota Maria Salviati, lasciando schiere di amanti dimenticate e disperate in ogni luogo. Nell’immaginario di tutti, Giovanni era, ormai, un condottiero imbattibile, spietato e pericoloso, tanto che iniziarono a chiamarlo il Gran Diavolo. Aveva conquistato un prestigio che gli permetteva di frequentare le famiglie più illustri e l’accesso diretto agli appartamenti del papa. Dedicò la sua breve esistenza solo alla guerra e ai bagordi, nei quali spendeva tutto ciò che guadagnava. Non si interessò mai davvero alla sua famiglia, nemmeno dopo la nascita del loro primo e unico figlio, Cosimo, nel 1519.

Ma perché viene chiamato dalle Bande Nere? L’appellativo risale al 1521, l’anno in cui morì Leone X, al quale Giovanni sentiva di dovere il suo successo, date le tante occasioni che il pontefice gli aveva concesso di dimostrare il suo valore. Quel primo di dicembre, proprio dopo aver sconfitto e scacciato i francesi di Francesco I e aver restituito Milano agli Sforza, Giovanni decise che avrebbe portato il lutto per la morte del papa in modo perpetuo: da quel momento le uniformi e gli stendardi della sua compagnia sarebbero diventati neri.

Capitano integerrimo e inflessibile, su due cose non avrebbe mai trattato: sul suo onore e sui diritti dei suoi uomini, per i quali si batteva in prima persona. E, anche per questo, i suoi soldati gli erano così rispettosi e obbedienti che non si ribellavano mai apertamente, nemmeno quando il soldo tardava e gli animi si scaldavano.Tuttavia, presto iniziò ad accumulare numerosi debiti che non riusciva a saldare nemmeno con le molte guerre combattute, dato che bottini e riscatti dei prigionieri li lasciava in toto ai suoi uomini. Riuscì a farvi fronte solo nel 1525, grazie all’intervento della moglie presso il secondo papa di casa Medici, suo cugino, Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, figlio del Giuliano, quel fratello del Magnifico assassinato nella Congiura dei Pazzi, nel 1478.

L’anno successivo, però, Clemente ingaggiò Giovanni per fronteggiare la discesa in Italia di Carlo V e lo mandò a Milano ad affrontare l’esercito spagnolo che l’aveva assediata. Ma fu fronteggiando i terribili lanzichenecchi, per evitare che entrassero in Milano, che fu ferito. Aveva vinto la breve e cruenta battaglia a Governarolo contro le truppe tedesche ma, mentre cavalcava incitando i suoi a curare i feriti e a occuparsi dei cinquanta morti, qualcuno sparò un colpo di falconetto che gli frantumò la gamba destra e che non gli lasciò scampo. Il trasporto fino a Mantova provocò un’infezione che nemmeno l’amputazione dell’arto risolse.

Il valoroso Giovanni de’ Medici, capitano delle Bande Nere, morì il 30 novembre 1526. Aveva ventotto anni, sette mesi e ventiquattro giorni; accanto lui i suoi uomini e il grande amico e consigliere, il poeta Pietro Aretino. Eccellente stratega militare, dalle spiccate doti politiche, nonché fedele e leale condottiero, Giovanni fu l’ultimo grande capitano di ventura.

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