Chiunque abbia letto un romanzo storico o abbia visto un film ambientato nel Medioevo si sarà imbattuto nel cosiddetto ius primae noctis, ossia il diritto del signore feudale di consumare con la moglie del contadino a lui sottoposto la prima notte di nozze.
In realtà, oggi sappiamo che questo diritto non è mai esistito. Infatti, non viene citato in alcuna fonte documentale o letteraria.
Innanzitutto, nella letteratura medievale non vi è traccia di tale presunto diritto. E questo è un primo dato importante, in quanto le novelle medievali erano estremamente realistiche e alquanto esplicite; i loro autori non avevano alcun tipo di remora nel raccontare soprusi e nello scrivere di sesso. Quindi se un diritto così odioso dei signori fosse esistito, sicuramente gli autori di novelle ne avrebbero citato qualche episodio.
Allo stesso risultato ha condotto il lavoro di ricerca degli studiosi sulle fonti documentali.
Il diritto alla prima notte, infatti, è conosciuto come uno degli obblighi del contadino verso il suo signore. Degli obblighi feudali, soprattutto di quelli considerati più sgradevoli e delle relative doglianze, si hanno una moltitudine di fonti e documenti; durante il Medioevo sono stati contestati tantissimi obblighi nei confronti dei signori, giungendo persino a reclamare presso il re. Per tutti questi doveri i contadini sono stati disposti a pagare una somma affinché venissero eliminati. Dello ius primae noctis, però, non vi è traccia in alcun documento.
In sostanza, per tutto il Medioevo non esiste alcuna testimonianza che parli di qualcosa che assomigli al diritto alla prima notte.
Ma allora da dove deriva questa falsa credenza?
Lo ho spiegato in modo eccellente il professor Alessandro Barbero in un intervento al Festival della Mente di Sarzana (SP) del 2013.
La prima menzione di una pratica somigliante allo ius primae noctis si trova in un documento francese del 1247, del villaggio di Verson, in una lista degli obblighi degli abitanti di un villaggio nei confronti del signore. Tra questi vi è indicato il dovere di pagare una tassa quando la figlia di un abitante di quel villaggio sposava un ragazzo di un altro villaggio. Tasse simili erano divenute prassi diffusa per disincentivare i matrimoni con persone estranee al villaggio, sulle quali sarebbe stato più difficoltoso, per il signore, mantenere il controllo. Questo elenco fu, poi, tradotto da un monaco in una poesia nella quale egli aggiunse che, in epoche precedenti (“i brutti, vecchi tempi”), veniva richiesto ben più di quanto esigeva il signore di Verson e che l’esborso era talmente elevato che i padri delle fanciulle preferivano dare la loro figlia al signore pur di non dover sostenere quelle spese. Si trattava, però, non di un diritto del signore, ma soltanto di un modo per i contadini di sgravarsi dall’onere della tassa imposta.
Vi sono, poi, i casi dei cronisti delle città fondati da gruppi di contadini fuggiti dalle signorie. Questi cronisti, tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, iniziarono a raccontare le storie delle loro città, spiegando come i loro antenati si fossero staccati dai vecchi signori a causa della loro crudeltà e malvagità, che arrivava, addirittura, a deflorare le fanciulle e le spose in caso di mancato pagamento delle tasse. Si giunse, così, ad utilizzare questa diceria per descrivere la cattiveria dei signori ai quali si erano ribellati; questo ius primae noctis era, quindi, qualcosa che accadeva in un tempo lontano, in una società diversa e peggiore.
Inoltre, questo diritto, con l’avvento delle grandi conquiste del Cinquecento, iniziò a circolare nelle relazioni dei grandi conquistatori, che lo indicavano come un comportamento praticato dai selvaggi delle terre conquistate, per sottolinearne l’immoralità, la nefandezza. In questi modi, lo ius primae noctis iniziò a circolare, divenendo l’argomento principale per descrivere i mondi che consideravano barbari, dal passato medievale al presente dei selvaggi.
Nel Cinquecento, poi, i giuristi iniziarono a studiare le consuetudini feudali e i diritti dei signori iniziarono ad essere considerati come qualcosa da eliminare. La tassa sul matrimonio, che conviveva con gli altri obblighi, doveva essere spiegata, così, i giuristi immaginarono che prima di tale balzello fosse dovuto un contributo in natura, poi riscattato dai contadini e tramutato in onere economico. E nei trattati giuridici, lo ius primae noctis veniva riferito come dato certo, anche se in realtà era frutto di congetture del giurista e non risultante da fonti scritte.
Nel Settecento i giuristi cercarono altre prove dell’esistenza di tale diritto e credettero di trovarle tra i documenti di un processo di fine Trecento davanti al Tribunale di Parigi. In questa diatriba giuridica, si discuteva di quella che era chiamata “tassa sulla prima notte”, che, invece, altri non era che il contributo che gli sposi versavano alla Chiesa per non osservare i tre giorni di castità che la Chiesa esigeva al momento delle nozze per dimostrare il controllo della libidine, considerata peccato.
In conclusione, lo ius primae noctis non è mai esistito realmente, ma è stata una fantasia creata per diversi motivi sul finire del Medioevo; soprattutto è stato il meccanismo perfetto per convincere i contemporanei di coloro che ne parlavano che la società nella quale vivevano era migliore di quella delle epoche passate.
