Interviste

Due chiacchiere con gli autori: INTERVISTA DOPPIA A CRISTINA S. FANTINI E ALESSANDRA SELMI

Durante questo anomalo 2020 ho letto due romanzi storici che ho amato molto, usciti nella prima metà dell’anno: “Nel nome della pietra” di Cristina S. Fantini, edito da Piemme, e “Le origini del potere. La saga di Giulio II, il Papa guerriero”, scritto da Alessandra Selmi ed edito da Editrice Nord. Il primo ambientato nella Milano medievale, mentre il secondo nella Roma di Papa Giulio II. Proprio questa differente ambientazione ha fatto nascere in me il desiderio di mettere a confronto queste due epoche storiche e, a raggiungere l’obiettivo, mi hanno aiutato le autrici, con questa intervista doppia, per la quale le ringrazio profondamente.

Attraverso le loro risposte, proviamo così a confrontare Medioevo e Rinascimento.

“Nel nome della pietra” di Cristina S. Fantini, “Le origini del potere” di Alessandra Selmi. Due romanzi storici grandiosi, che trasportano il lettore indietro nel tempo, regalando uno spaccato di vita nei secoli passati. Qual è stata la spinta che vi ha fatto scegliere di raccontare questa storia?

FANTINI: Esiste una vasta letteratura sul Duomo di Milano. Storici, romanzieri, saggisti, poeti ne hanno celebrato la bellezza, il glorioso tripudio di guglie e statue ma ben pochi ne conoscono la genesi, visto che la fondazione risale al mese di maggio del 1386. Un incontro casuale, la richiesta di un racconto che avesse come protagonista Milano, una passeggiata in piazza Duomo: così è nato il desiderio di approfondire i segreti, l’origine, la storia di questa cattedrale sorta nel cuore più antico della metropoli lombarda. Da autrice di romanzi storici non potevo sottrarmi alla “sfida” che mi aveva ha lanciato il Duomo e da quel momento, per conoscere più a fondo questo nuovo protagonista delle mie storie, ho fatto un salto temporale dalla Roma Imperiale al Medioevo, nell’affascinante XIV secolo.

SELMI: Il personaggio. Conoscevo poco di Giulio II oltre a quello che avevo studiato (e dimenticato) sui libri di scuola. Approfondendo mi sono trovata davanti un vero personaggio da romanzo, pieno di contraddizioni e con molto da raccontare. Da quel momento è stato impossibile resistergli.

Quali difficoltà avete riscontrato nella stesura di romanzi che raccontano vite così lontane nel tempo dai giorni nostri?

FANTINI: Le difficoltà per la stesura di un romanzo storico sono molteplici, prima fra tutte il reperimento e l’interpretazione delle fonti. Devo confessare che, abituata a fare ricerca in un periodo storico ancora più lontano da noi, quello del I secolo, mi sono trovata molto più a mio “agio” con il Medioevo, periodo di cui abbiamo un’importante quantità di  testimonianze scritte e fruibili. Visto che nel mio caso si tratta di un romanzo e non di un saggio, la maggiore difficoltà sta nel conciliare la realtà storica con la vicenda inventata senza stravolgere la prima o mal interpretarla. Prima ho studiato con metodo e critica confrontando fonti e documenti, poi ho elaborato il materiale acquisito e, infine, l’ho interpretato ai fini della trama.

SELMI: La vera difficoltà è stata trovare un equilibrio tra la necessità di essere fedele alla vera storia e il bisogno di non annoiare il lettore con un saggio storico, didascalico e cronachistico. Trovare, insomma, una via di mezzo tra la realtà storica e la finzione narrativa.

Medioevo e Rinascimento; due tra le più importanti città d’Europa: Milano e Roma. Com’erano la Milano medievale e la Roma a cavallo tra ‘400 e ‘500?

FANTINI: Per descrivere la Milano medievale ci vorrebbero pagine e pagine, mi limiterò a raccontarvi di una città cosmopolita densamente abitata con alle spalle un passato di conquiste, assedi e distruzioni, prima fra tutte quella dei Goti del 539, il più grande massacro nella storia di Milano, poi quella di Federico Barbarossa del 1161-1162; una città che non si è mai arresa, operosa di mercanti e artigiani che rivestiva un ruolo centrale già a partire dall’epoca imperiale romana, visto che fu capitale dell’Impero d’Occidente nel IV secolo. Durante i Comuni la spinta verso l’autonomia e l’indipendenza la portò più volte a scontrarsi con il potere imperiale germanico e, attraversata dai venti di cambiamento che investirono l’Europa, passò dall’esperienza comunale all’instaurazione dei regimi signorili e alle lotte intestine tra i Della Torre e i Visconti, fino alla trasformazione in ducato con questi ultimi e i loro discendenti, gli Sforza, che permisero a Milano di giocare un ruolo da protagonista nella politica europea del XIV e XV secolo. Una città sempre in movimento anche quella di oggi che ha affrontato guerre, stragi ed epidemie con la voglia di rialzare sempre la testa.

SELMI: I Della Rovere segnano il passaggio tra Medioevo e Rinascimento. Roma a quei tempi era una città piena di contraddizioni. Da un lato, era il centro del mondo culturale e finanziario, pregna di opportunità. Dall’altro era ancora una città pericolosa, ostaggio delle famiglie nobiliari che si contendevano il potere a colpi di spada. Il Tevere non aveva argini e periodicamente esondava portando morte, distruzione e malattia. Ma proprio in quegli anni, per intuito di alcuni uomini di grande sensibilità artistica, dal terreno venivano riportati alla luce tesori come il gruppo del Laocoonte. Una città incredibile, nel bene e nel male, scenario perfetto per un grande romanzo.

Al centro di entrambi i romanzi, si colloca la Chiesa. Ne “Nel nome della pietra”, infatti, la storia si svolge intorno alla costruzione del Duomo di Milano, la chiesa di Maria Nascente, che rappresenta un punto di svolta per la popolazione milanese della fine del ‘300. Allo stesso modo, ne “Le origini  del potere”, protagonista del racconto è l’ascesa al potere di uno dei papi più famosi e controversi della storia, Giulio II. Qual era il ruolo della Chiesa nel Medioevo e nel Rinascimento? Cosa rappresentava per il popolo e quale peso aveva nello scacchiere politico europeo?

FANTINI: La Chiesa ha sempre avuto un ruolo primario nello scenario storico europeo, potere temporale e spirituale erano concentrati nella figura dei pontefici, vescovi e arcivescovi. Più che soldati di Cristo a quei tempi erano ambiziosi politici che sfidavano il potere secolare con eserciti di mercenari e capitani di ventura. La religione cristiana divenne quella ufficiale con Teodosio e l’editto di Tessalonica del 380, quando tutti gli altri culti furono messi al bando; il cristianesimo poté quindi espandersi a dismisura e impero e religione vennero a coincidere, nell’ottica di creare un “impero universale cristiano” di cui il potere politico era fondamento imprescindibile. La caratteristica del primo cristianesimo fu l’eterogeneità del culto e delle stesse istituzioni; soprattutto nell’alto Medioevo il controllo centrale era più labile e frammentato, così come coesistevano e proliferavano diverse interpretazioni del Vangelo. Lo stesso papato non aveva alcuna supremazia effettiva sugli altri episcopati, solo a partire dal V secolo cominciò un processo di affermazione dei vescovi di Roma, che pretesero e ottennero di essere successori del primo apostolo, Pietro. La Chiesa si pose quindi al servizio della società in più ambiti, divenne tramite tra mondo materiale e spirituale con la fondazione di monasteri e ordini monastici, unico fulcro della cultura che diffondeva l’istruzione. Papa Gregorio I Magno (590-604) rinnovò la Chiesa a tal punto da renderla una vera forza di potere e nell’VIII secolo essa diverrà uno stato secolare a tutti gli effetti. Con queste premesse, possiamo dire che nel secolo che ci interessa, il XIV, la Chiesa fa parte della vita quotidiana di tutti, profondamente radicata nel tessuto sociale, negli usi, nell’arte e nella cultura. È il periodo delle grandi cattedrali della cristianità, di quell’anelito che porterà l’uomo a costruire “ponti” di marmo e pietra volti a unire Terra e Cielo, Dio e i mortali, anelito magistralmente concretizzato dagli edifici più maestosi costruiti in tutta Europa come la cattedrale di Colonia, di Reims, di Notre Dame, il duomo di Firenze e lo stesso duomo di Milano, connubio tra l’ultimo gotico e la più terrena arte lombarda.

SELMI: La Chiesa a quel tempo era cosa ben diversa da quella che abbiamo in mente oggi. Era, prima di tutto, uno Stato, con confini e interessi da difendere, e il Pontefice era un capo di Stato, che ambiva a preservare e allargare il proprio potere. Oltre a essere potentissima, la Chiesa era anche molto ricca e di questa ricchezza le alte cariche facevano grande sfoggio, con buona pace dei principi di uguaglianza e povertà ispirati al Cristianesimo. La Chiesa del tempo non si faceva scrupolo a fare la guerra per i propri interessi, nonostante predicasse la pace. Era dunque un coacervo di contraddizioni che oggi sarebbe difficile comprendere. Queste contraddizioni erano viste dai più e tollerate come mali necessari, specie nelle fasce più povere della popolazione, ma proprio in quei tempi iniziano a germogliare movimenti di protesta per la condotta scellerata degli uomini di Chiesa.

Protagonisti di questi romanzi sono, da una parte due gemelli separati alla nascita in quanto frutto di un amore illegittimo, e dall’altra il giovane Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II. Quali caratteristiche del Medioevo e quali del Rinascimento sono incarnate da questi personaggi?

FANTINI: Nei primi secoli dopo Cristo si affermò la dottrina dualistica, secondo la quale oltre al dio benevolo esisteva anche un dio contrapposto al primo, maligno. Il pensiero medievale ci tramanda una partizione dell’essere umano in due elementi ovvero l’anima e il corpo, duplicità che scopre e giustifica la somiglianza con Dio e, nello stesso tempo, la natura mortale e peccatrice. Intelletto, Fede, anima e mortalità per tutto il Medioevo saranno oggetto di studio, di valutazione, di discussione e nasceranno movimenti ed eresie che la Chiesa condannerà a più riprese. Per la creazione dei gemelli mi sono ispirata al concetto di bene e male, di chiaro e scuro, di luce e ombra anche se sono entrambi personaggi positivi.

SELMI: Giuliano della Rovere è un uomo tipicamente rinascimentale, che incarna la natura stessa del proprio tempo. Pieno di contraddizioni egli stesso, uomo di Chiesa che tuttavia non si fece scrupoli a scendere in guerra, frate che fece voto di povertà e detenne poi grandissime ricchezze. Ma anche grandioso mecenate artistico di gusto raffinato e, diremmo oggi, illuminato “talent scout”: grazie a lui oggi abbiamo il Vaticano che tutti conosciamo, i Musei Vaticani, la Cappella Sistina. Della Rovere scoprì e portò alla massima fama artisti come Michelangelo, Bramante, Raffaello. Metà della città di Roma che vediamo oggi e che attira turisti da tutto il mondo è merito di questo papa straordinario.

Mentre ne “Nel nome della pietra”, nel raccontare le vicende dei protagonisti risulta molto importante la ricostruzione del contesto storico nel quale si svolge la trama, ne “Le origini del potere”, fondamentale è l’attinenza del racconto alla biografia del protagonista. Quale metodo avete utilizzato per la ricostruzione del contesto, da un parte, e della biografia e del carattere di un grande personaggio, dall’altra?

FANTINI: La trama del mio romanzo non poteva prescindere da una ricostruzione storica fedele del contesto storico e sociale della Milano del tempo. Strade, contrade, porte, uno studio urbanistico e artistico della città trecentesca sono stati punto di partenza essenziale. Il protagonista del romanzo è in realtà il Duomo, costruzione architettonica che andò a occupare gran parte della zona centrale della città, il “cuore” antichissimo, quindi dovevo dare ai lettori la sensazione di “vivere” e muoversi insieme ai protagonisti in quello scenario così diverso e lontano nel tempo. Piantine della città, racconti dei contemporanei, descrizioni delle vie milanesi consultate sono state parte essenziale di questo studio e, oserei dire, di scoperta.

SELMI: Ho letto moltissimo e fatto ricerca, senza escludere nessun mezzo, incluse le più recenti serie tv. È stato un lavoro di ricerca durato circa due anni, molto impegnativo per me soprattutto che non sono uno Storico di professione. Una piccola parte, poi, l’ho lasciata libera di divagare e divertirsi, assumendomi il rischio – tutto sommato limitato – di sbagliare: in fondo, un papa di cinquecento anni fa era comunque un uomo, mosso dagli stessi sentimenti che muovono anche noi oggi. Non dobbiamo pensare alla gente di allora come a degli extraterrestri: le ricerche che ho svolto mi hanno dato conferma che in mezzo millennio non siamo cambiati poi molto.

In entrambi i romanzi, anche l’amore trova la sua giusta collocazione, sia per i due fratelli Pietro e Alberto, sia per l’irascibile Giuliano della Rovere, amante della bella Lucrezia dei Normanni. Com’era l’amore nel Medioevo e, invece, quale ruolo aveva nella vita di uomo importante come Giuliano della Rovere?

FANTINI: Amore e piacere erano strettamente connessi ma demonizzati. Al primo si dava un significato spirituale, al secondo si attribuiva un significato carnale legato al sesso. I piaceri sensuali però erano condannati dalla Chiesa, secondo quest’ultima artifici escogitati dal demonio per allontanare gli uomini dalla salvezza e precipitarli nella dannazione. Un celebre trattato del XII secolo, il De amore di Andrea Cappellano, dava dell’amore una lettura intellettuale: nasceva dalla vista perché l’occhio era lo “specchio del cuore”, vedere e innamorarsi era tutt’uno. Infine ci si dichiarava con lo scopo di ottenere carezze, baci, sospiri e veri e propri poemi cantati dai menestrelli. Nella realtà, si corteggiava la fanciulla oggetto del proprio amore anche se il matrimonio vero e proprio, soprattutto tra le classi più abbienti, sanciva un vero e proprio “affare” regolato da contratti firmati dalle rispettive famiglie. Si spiega così la grande quantità di relazioni extraconiugali e il gran numero di figli illegittimi. Un Medioevo moralista, sessuofobo ma solo in apparenza visto che non è possibile etichettare un periodo di mille anni come omogeneo. L’amore e l’innamoramento però esistevano e, senza dubbio, nelle classi meno abbienti dove legami politici o economici, ambizioni e alleanze non erano essenziali per tramandare una dinastia, mi piace pensare che uomini e donne vivessero un amore più terreno e vicino al nostro, sempre regolato però dal rispetto delle regole che la Chiesa imponeva.

SELMI: Anche in questo ambito Giuliano della Rovere era un uomo pieno di contraddizioni: era un frate, tanto per cominciare, e aveva fatto voto di castità. Sappiamo però per certo che ebbe una figlia da Lucrezia Normanni, che riconobbe e a cui diede il proprio cognome: non ne fece dunque un mistero. Qualcuno diceva però che fosse omosessuale e che avesse relazioni con lo stesso Michelangelo. Altri sostengono che queste voci fossero state messe in circolazione al solo scopo di danneggiarlo. Quale sia la verità non è dato sapere, ma una certezza l’abbiamo: l’amore è sempre l’amore, da oltre quattromila anni e forse da ancor prima!

Un’ultima domanda. Quale aspetto dei periodi storici che avete raccontato vi affascina di più e quale, invece, rifiutate? Per Alessandra Selmi, quale lato del carattere e della vita di Giuliano della Rovere ti ha colpito maggiormente?

FANTINI: Non ho mai guardato da questo punto di vista il periodo storico affrontato nel romanzo, anzi sono rimasta affascinata dai suoi molteplici aspetti. La vita quotidiana, molto diversa dalla nostra, era una lotta per sopravvivere sia in campagna che in città e l’approccio alla morte era visto come la naturale conclusione di un periodo che portava all’immortalità dell’anima e quindi all’incontro con Dio. Direi piuttosto che ne sono rimasta completamente affascinata, visto che mi ha trasportato in una dimensione sociale e religiosa che conoscevo poco. Nessun rifiuto quindi, bensì una nuova consapevolezza. L’uomo, tutto sommato, non ha mai cambiato la sua natura più profonda anche se epoche ed eventi hanno imperversato sull’umanità in ogni epoca e nei più svariati contesti.

SELMI: La tempra straordinaria. Il coraggio. Il fatto che non fosse un codardo, che si assumesse la responsabilità delle proprie scelte, anche quando erano difficili e sbagliate. Il carattere fumantino, le collere improvvise e dirompenti, le sue ire terribili e la generosità con gli artisti. Un uomo dal carattere forte e dall’ambizione smodata.

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