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DONNE IN PILLOLE: ARTEMISIA GENTILESCHI

La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice di tempi antichi”  – Cicerone –

 

Quando ho creato questo blog avevo l’intenzione e la voglia di raccontare i libri e, attraverso di essi, anche l’arte e la storia; per questo motivo ho deciso di parlare di queste ultime anche attraverso alcune piccole rubriche settimanali.

Oggi voglio inaugurare la prima nuova rubrica storica “Donne in pillole”, nella quale vi racconterò i punti salienti della vita di alcune grandi donne del passato. 

La prima protagonista è ARTEMISIA GENITLESCHI, talentuosa pittrice seicentesca, della scuola di Caravaggio. 

Nella foto, è possibile osservare due dipinti che rappresentano le medesima scena: Giuditta, vedova ebrea, che decapita il condottiero assiro Oloferne, nel tentativo di salvare il suo popolo dalla dominazione straniera. Quello in basso è stato realizzato da Caravaggio, mentre l’altro, custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze, è stato creato dalla mano di Artemisia, per Cosimo II de Medici. 

Entrambe le opere sono caratterizzate da un realismo incredibile e sono magnifiche. 

Ma, mentre tutti possiamo riconoscere nel dipinto in basso la mano del Merisi, in pochi conoscono l’arte e la storia della Gentileschi. 

La pittrice romana nacque nel 1593 e fu introdotta all’arte dal padre Orazio, anch’egli pittore. 

La sua vita e la sua carriera, però, furono segnate dalla violenza di uno stupro subito all’età di 18 anni, per mano di Agostino Tassi, artista presso il quale Artemisia era stata collocata dal padre. 

In virtù del matrimonio riparatore, in vigore all’epoca, il Tassi cercò di blandire la giovane con la promessa del matrimonio. Dopo un anno, però, ella scoprì che il Tassi non avrebbe potuto onorare la promessa, perché già sposato. 

Fu così che il padre Orazio decise di denunciarlo al Papa, dando avvio al processo. 

Artemisia affrontò il processo con grande dignità e coraggio, nonostante falsi testimoni e numerose visite ginecologiche. Dovette sopportare anche la tortura, che rischiò di farle perdere le dita delle mani, ma non ritrattò mai la sua deposizione. 

Agostino Tassi venne condannato al pagamento di una pena pecuniaria e all’esilio perpetuo, anche se non si spostò mai da Roma. 

Nonostante la vittoria, l’onorabilità della giovane a Roma risultò completamente minata. 

Successivamente, si sposò con un modesto pittore e si trasferì a Firenze, dove si creò amicizie influenti come Galileo Galilei Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del celebre artista rinascimentale, che la introdusse nella crème del mondo fiorentino e le procurò molte commissioni. 

Visse anche a Napoli, Genova, Venezia e Londra. 

Giuditta e Oloferne, Artemisia Gentileschi – Galleria degli Uffizi, Firenze

In “Giuditta e Oloferne”, Artemisia sembra sfogare tutta la rabbia per la violenza subita e per la misera vittoria conseguita nel processo, che si è rivelata soltanto de iure, in quanto Agostino Tassi non ha mai veramente scontato la pena dell’esilio, a causa dei suoi committenti che esigevano la sua presenza a Roma. Infatti, nonostante il soggetto del dipinto fosse abbastanza comune nel Seicento, in quello di Artemisia si può notare una particolare luce drammatica e un’energia straordinaria con la quale Giuditta compie la sua missione. 

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